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L'incompentenza
in arte e quella millenaria ma nia del tempo di deteriorare
lentamente tutte le cose hanno distrutto pagine del glorioso
passato storico e artistico di Buccheri; basti pensare al
Castello e a ciò che di esso oggi rimane.
Vero è che il terremoto del 1693 lo rovinò grandemente, ma è ben
vero che mai nessuno si è interessato per evitargli gli
ulteriori deterioramenti.
Un tempo intagliatori ignoranti andavano là a prelevar pietre
per la ricostruzione delle case, e ciò non stupisce se si pensa
anche al Colosseo che forni i blocchi per erigere vari edifici
notevoli di Roma, ma in Buccheri non ci fu mai un signorotto, un
intellettuale, che facesse qualcosa per salvare l'opera.
Loro erano intenti soltanto a far di politica, ad esser temuti e
ad essi poco importavano i ruderi infruttuosi; era la proprietà
o gli interessi personali che non dovevano essere lesi; come la
madre guida i passi del figlioletto, così l'intellettuale
avrebbe dovuto illuminare lo scalpellino.
Ora una sola torretta, dimenticata, si erge là sul Thereo a
contemplare il meraviglioso panorama della Piana di Catania
colla superba cuspide dell'Etna, memore di tanti scintillii
d'armi, di tranelli, duelli, di lotte gloriose. Ora è la muta, e
non più rumori d'acciai o bombarde sono a distrarla, ma l
richiamo di qualche mandriano o il muggito di qualche mucca; è
là in agonia, capace solo di notare il lento cammino delle nubi,
l'inesorabile andare del tempo.
Dietro il Thereo, un pò più lontano della contrada Croci, «
esisteva » un tempo una chiesa, detta di S. Nicola, ricavata
nella roccia. « Esisteva », perchè oggi non è che una squallida
grotta, piena di sterco ovino, sterpi e foraggi. E' difficile
scorgeria ed è anche poco conosciuta. E' sita nella vale della
Cava, alle pendici del monte Croce, individuabile solo dalla
macchia biancastra della roccia calcarea, scavata per ricavarne
la grotta,
Una decina di anni or sono, visitai questo luogo, oggi
venerabile solo per antichità, e, trovato a terra un frammento
di affresco, lo feci esaminare dal mio professore di Storia
dell'Arte a Palermo. In un primo momento esitò nel darmi una
risposta, ma poi, colla sicurezza di un abile intenditore, mi
disse che quello era un dipinto del 5° secolo circa d. C.
L'Amico nel suo « Lexicon topographicum siculum » definì la
pittura di questa grotta <« di greca mano », volendo forse
intenderla bizantineggiante. Quei dipinti << erano » simili alle
rappresentazioni delle catacombe romane. « Erano », perchè,
ritornatoci qualche anno dopo, ho avuto l'amara sorpresa di non
scorgere più traccia di pittura, anche della poca che vi avevo
visto; tutta era stata distrutta barbaramente.
Ricordo un bel particolare: una « Madonna col Bambino »,
bizantina, molto malandata. A quanto sembra le pitture furono
eseguite in due strati sovrapposti, in epoche diverse
ovviamente. Anche qui l'incuria del tempo e soprattutto
l'ignoranza dello uomo hanno fatto sentire il loro peso
devastatore. Quello che ieri fu un sicuro luogo di culto oggi
non è che una stalla-spelonca.
Nella chiesa Matrice, sull'altare maggiore, campeggia quel
bellissimo Crocifisso, a mio parere quattrocentesco,
completamente annerito. Quella patina che ricopre il corpo di
Cristo non è però data dal tempo, bensì dalle ridipinture
effettuate attraverso i secoli da mani inesperte che hanno fatto
perdere all'opera l'originale purezza.
La fede non basta a ridare bellezza alle opere sacre, occorre
soprattutto conoscere il restauro.
Fa piacere, invece, ammirare un quadro, dipinto per Buccheri,
ancora in ottimo stato: è quello dell'<< Immacolata » di
Guglielmo Borremass, anche se non è più nel nostro paese.
Questo quadro, firmato e datato 1716, era collocata un tempo
sull'altare maggiore della chiesa dei Cappuccini, annessa al
convento omonimo (oggi adibito a mattatoio). Allorquando furono
confiscati i beni ecclesiastici il signor Vito Ripa di Buccheri
comprò tutto lo stabile e pensò bene di regalare, più per
devozione che per la salvazione dell'opera, il quadro in
questione ad un tale canonico per la chiesa di S. M. Maddalena.
Questi lo tenne un pò in chiesa, ma, non avendo spazio dove
poterlo collocare, lo restituì al Ripa; non pensò di sostituirlo
con qualche altro di qualità inferiore.
Cosa doveva farsene il Ripa di un grande quadro (m. 3,68 x m.2,40),
e poi restituito da un intellettuale che di arte se ne
intendeva? Non gli rimase che venderlo per poche lire ad un
antiquario catanese.
Nel 1965, visitando il Museo Nazionale di Palazzo Bellomo di
Siracusa, lo vidi là. E' indubbio che sia questo, datato e
firmato, e poi corrisponde alla descrizione fatta dal Di Marzo
nell'opera << Guglielmo Borremans », e ho fatto notare la
provenienza ad un custode che si era avvicinato per
illustrarmelo, avendo forse notato l'interesse che mostravo o la
gioia che provavo.
Quest'opera avrebbe potuto rimanere in Buccheri ancora fino ad
oggi se ci fosse stato allora un solo intenditore, ma mi consola
il fatto che si sia salvata e che ora è al sicuro.
Guglielmo Borremans (Anversa 1670 Palermo 17 aprile 1744),
pittore fiammingo, dipinse altre tele per la chiesa di S.
Antonio: quella di « S. Antonio in estasi », con una stupenda
cornice lignea, e quella di « S. Vito », definite da lui
medesimo, assieme a quella dell'Immacolata, di rara bellezza.
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Belle nel colore, nella forma e nella composizione, recano la
data del 1728. Il quadro di S. Vito si sta deteriorando un pò,
forse per il sole che vi batte dalla finestra.
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In sacrestia si conserva un bel disegno a matita raffigurante S.
Paolo, opera a lui attribuita. Sempre nella chiesa di S. Antonio
un'altra bellissima tela è quella rappresentante « Cristo nello
orto », forse di scuola veneta (si dice anche copia di un
Teodokopulos), che purtroppo sta andando in rovina, essendo la
tela forata e staccata in basso.
Nella stessa chiesa degni di menzione sono gli altorilievi in
stucco raffiguranti i dodici apostoli, in grandezza di poco
superiore al naturale, posti sulle colonne della navata centrale
dove s'impennano i grandi archi,
Nella chiesa di S. Matteo in Palermo, esistono dodici Apostoli
identici, stilisticamente e per collocazione, a questi di
Buccheri, ed avendo sentito dai vecchi una strana credenza sulla
santificazione dell'artista, è probabile che questi stucchi
siano di Bartolomeo Sanseverino, di cui sono quelli di Palermo
citati. La gente avrebbe potuto alterare il cognome sdoppiandolo
in << San Severino ». Gli stucchi di Palermo sono del 1753.
Ma l'opera che rappresenta l'orgoglio di Buccheri è la statua di
S. M. Maddalena (1508) di Antonello Gagini (Palermo 1478-1536)
nella chiesa omonima dal bellissimo prospetto eretto su disegno
dell'architetto buccherese Michelangelo di Giacomo nella prima
metà del XVIII secolo.
Tale scultura oltre ad essere singolare per bellezza è anche
importante cronologicamente, perchè il contratto stipulato in
Messina il 16 agosto 1507 dal notaio Giulio de Pascalio,
presenti i notai Jacobello de Ardingo e Geronimo de Polictio,
prova il definitivo ritorno dell'artista a Palermo in quello
anno, dovendo essere colà lavorata.
La statua fu commisisonata da Antonio Cefilio e Antonio Anzalone,
due dei confrati della confraternita di S. M. Maddalena, e,
secondo l'atto, s'impegnava l'artista «... FACERE ET DE NOVO
CON-
STRUERE QUAMDAM YMAGINEM GLORIOSAE SANCTAE MARIE MAGDALENE DE
MARMORA, LONGITUDINIS PLANORUM SEX (m. 1,55) ET UN PALMU DI
SCANNELLU (m. 0,26), IN QUO SCANNELLU SIT ET ESSE SCULPITA LA
STORIA DI LA DICTA SANTA, ET IN UNA MANU LU SO PUMU ET IN ALIA
MANU LU LIBRU. QUAM QUIDEM YMAGINEM... » (Di Marzo It Gagini e
la scultura in Sicilia).
Le modalità furono queste: Antonello doveva consegnare a costoro
la statua in Messina fino al giugno del 1508, e, dovendola
lavorare in Palermo, a suo rischio l'avrebbe fatta pervenire
nella città. dello stretto, da dove i confrati dovevano
provvedere per il restante viaggio. Il prezzo stabilito fu di
once 24, di cui i committenti davano 12 fiorini all'atto del
contratto, il compimento di once 12 ad opera sgrossata, ed il
restante ad opera ultimata, in Palermo.
Oggi la mano destra reca un calice anzichè la mela.
Originariamente la statua, ora un pò lesionata era nella vecchia
chiesa della Maddalena distrutta dal sisma citato; fu forse in
quella occasione che la mano destra si ruppe e, su commissione
della confraternita, fu rifatta, ma questa, recante il vaso,
contrasta colla stupenda fattura e la bellezza dell'opera,
finemente lavorata nel panneggio, delicatamente espressa nel
volto e nella sua sinistra,
Il piedistallo è stato rinnovato, ma il bassorilievo è
originale. Originale è anche la concezione della Maddalena, tra
due angeli, coperta, tutta, solo dalla sua fluente chioma;
indubbio lavoro dell'insigne artista.
Il canonico Gioacchino Di Marzo, quest'infaticabile ricercatore
e studioso palermitano, non essendo sicuro se fosse questa la
statua del contratto, volle venire a Buccheri per accertarsene,
ma, vistala, non ebbe più alcun dubbio.
Parecchio dell'arte di Buccheri abbiamo perduto e altrettanto
ancora ci rimane in buone condizioni o da scoprirne il valore;
sta a noi salvaguardare il patrimonio artistico, curare quanto
dobbiamo avere a cuore.
Il buccherese di oggi non deve ripetere gli errori o le
trascuratezze dei suoi avi; deve rispettare le opere d'arte come
bambino per la loro delicatezza e come vecchi per la loro età.
Cosa bisogna fare quindi per salvare un'opera o darle un degno
collocamento tra quelle di valore? Occorre informare sempre la
Sovrintendenza competente, anche nel caso di opere
apparentemente insignificanti; tra l'altro non penso che quest'ultima
non ne sia al corrente e non ne senta la premura; perciò non
possiamo che fiduciosamente attendere, coll'auspicio di poter
vedere quanto prima alcune opere di arte di Buccheri ritornare
al loro splendore originale.
NELLO BENINTENDE
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