|
L'emigrazione è un grave problema che da circa 100 anni assilla
continuamente le classi sociali più povere di questa nostra
contrastata nazione.
Il numero di persone che fu costretta ad abbandonare la propria
patria per cercare un tozzo di pane all'estero era già rilevante
nel 1876 e da allora esso si è allargato sempre più. Però mentre
allora la maggioranza era composta da settentrionali, dopo il
1870 con l'affermarsi delle industrie nell'Italia del nord il
numero degli emigranti aumentò solo nel sud. Ciò è dimostrato
dal fatto che dei 560.000 individui che nel 1913 avevano
abbandonato l'Italia per trovare lavoro in America, i 5/6 erano
meridionali. Si è tentato di risolvere questo problema nel 1934
con l'occupazione dell'Etiopia ed il
conseguente dirottamento degli emigranti italiani verso quelle
terre; ma la seconda guerra mondiale ricacciò la maggior parte
di quelle animose persone, di nuovo in questa sovraffollata e
povera nazione a combattere a combattere di nuovo per il lavoro
e la sopravvivenza. Terminata la guerra. questa gente si mosse
di nuovo come una colonna di deportati e si sparse per il mondo:
alcuni partirono per altri continenti in cerca di una
sistemazione stabile e di una nuova vita, altri si sparsero per
l'Europa cercando un'occupazione momentanea nell'attesa della
nascita di posti di lavoro in questa loro sospirata madre Patria
(cosa che aspettano tutt'ora e chi sa per quanto ancora).
I sentimenti che assillano l'animo di una persona che sta per
partire verso altri paesi (specie se è la prima volta) sono
tanti e tali che chi li ha provati difficilmente li scorderà per
il resto della propria vita. Come fa un padre di famiglia a
dimenticare il momento in cui ha dovuto abbandonare la moglie, i
figli ed i genitori in lacrime, ha dovuto lasciare la propria
casa, il proprio letto, il proprio pezzo di terra, che con tanto
amore ha coltivato per anni ? Come fa un giovane a dimenticare i
sentimenti che gli ribollivano dentro quando davanti al treno
davanti al treno ha salutato i parenti, gli amici, la ragazza
del cuore, il proprio ambiente, il proprio cielo, il proprio
mondo ? E questo non è che l'inizio. In quel momento l'emigrante
si fa forza, cerca di convincere se stesso che non sarà per
sempre anzi sarà breve. E davanti ai propri occhi, dietro il
finestrino, quelle care colline, quel caro panorama, lo cose a
lui tanto care da essere diventate parti integranti della
propria vita, si allontanano, corrono indietro, lo lasciano per
rifugiarsi tra quei ricordi che lo fanno già tanto soffrire.
Così, poco tempo dopo, egli si trova in un'altra città, in un
altro paese, fra altra gente. E' sgradevole la sensazione di
freddo che si ha appena si arriva in una di queste città, con
quelle case così diverse dalle proprie, con quelle strade che
non si sa dove iniziano e dove vanno a finire, quel parlare a
noi incomprensibile e tutti quei volti estranei tra cui si cerca
invano un viso noto, una faccia amica.
In quel momento l'emigrato ha la netta impressione di essere
solo al mondo e sente una istintiva voglia di prendere il primo
treno che passa e ritornare a casa. Invece alza il bavero del
cappotto, prende i bagagli e via, verso l'ignoto. Passano
giorni, mesi, anni a cercare di abituarsi al nuovo ambiente, a
tentare di far sparire dal viso delle persone che lo circondano
l'indifferenza, il sospetto, l'arroganza, dei padroni e spesso
l'astio. Ingaggia la lotta contro il tempo cerca di guadagnare
il più possibile e nel più breve spazio di tempo, attraverso
sofferenze e sacrifici enormi. E, finalmente, arriva l'ora del
ritorno. Si parte pieni di gioia e di speranza, e con una fredda
determinazione: quella di lottare fino allo stremo pur di non
lasciare di nuovo la propria terra, decisi a non cedere di
fronte a niente e nessuno. A casa ricomincia la routine, la
ricerca affannosa dell'occupazione, della raccomandazione; si
prega tanta gente, tanti santi, finchè quasi sempre si riprende
il treno e ricomincia, così, una nuova odissea. L'Italia è
bella, è verde, è piena di sole, ma la bellezza del cielo, del
mare e di tutte le altre cose che tanta gente ci invidia. non
bastano a riempirci lo stomaco e a darci una certa sicurezza
economica. Ancora tanta e tanta gente per avere queste cose è
costretta ad allontanarsi dai propri lidi, a mettere la propria
intelligenza, il proprio estro, la propria laboriosità ed il
proprio sangue al servizio e per la prosperità di una nazione
che non è la sua e non lo sarà mai.
GIOVANNI CENTORBI
|